Pagine dimenticate sul lago d'Orta
da Diporti e veglie di Tullio Massarani (1898)


L'isola di San Giulio
 

... E tu dal vate una memoria avrai,

Isoletta dei serpi, ove il tuo prode

Giulio venìa, sul dorso alla procella,

E gli era barca il manto. Ei su quel sasso

Di paura abitacolo, col mite

Consentimento del signor di Roma

Quattrocento da Cristo anni correndo,

Piantò la croce.

 

 

Così Giovanni Prati (al quale l’Italia non ha posto ancora una memoria) celebrava la piccola isola di San Giulio, che sorge in mezzo al tranquillo lago d’Orta, nel Novarese. È fama, in effetto, che il buon solitario, il quale sbrattò la deserta isola dai serpi e le diede il nome, vivesse colà in principio del V secolo. Dicesi altresì che avesse ajutatore nelle pie opere un Giuliano suo fratello, da non confondere coll’ospitaliero navalestro che diventò il santo patrono dei viandanti, e rivisse, più vivo che nei Bollandisti, in una smagliante novella di Flaubert. Ma dei nostri due, Giulio soltanto ebbe, ch’io sappia, oltre al culto dei fedeli, menzione nella storia e poetico tributo dal vate di Dasindo.

Il quale, se avesse voluto, poteva all’isola di San Giulio dare risalto, non che di una leggenda religiosa, anche di una bella tradizione patria.

Era stata la prima chiesuola eretta dal solitario quasi al vertice del masso, che emerge senza sponda dalle acque; però il sito ne parve sì forte, da non lo lasciare alla contemplazione del cielo, anzi da volgerlo a difese terrene; onde un vescovo Onorato alzò nel 489 una torre sui piloni istessi della chiesuola, che dentro vi sparve. Si fu quello il Castrum Pontificis ricordato dal Bescapè e dallo storiografo de Ecclesia Novariense; lo accrebbero i Longobardi, e diventato sede a uno dei loro Duchi, entrò non ignobile parte della storia dei primi re che cingessero la corona d’Italia.

Mal custodito o fors’anco tradito nel 590 ai Franchi da un di quei duchi, Mimulfo di nome, al quale Agilulfo re fece mozzare il capo, fu, all’incirca quattro secoli dopo, nel 962, strenuamente difeso da una regina; dalla moglie del secondo di que’ Berengarii marchesi d’Ivrea, che, da sì picciolo nido, avevano osato ideare una italica monarchia. Ottone imperatore, espugnato dopo due mesi di laborioso assedio il tetragono castelluccio, onorò il valore della donna, concedendole, se non altro, la libertà: Willa... clementia Imperatoris dimissa, quo vellet ire permittitur.

Ma chi lo crederebbe? Una rocca, testimone di tanto memorabili istorie e durata attraverso le ingiurie del tempo fino a veduta nostra, fu nel 1842 rasa dalle fondamenta, per far luogo a una immane e sgraziata fabbrica di Seminario, che sembra schiacciare sotto il proprio peso le bianche casine ricovratesi co’ minuscoli loro verzieri a piè dello scoglio, come stormo di colombe battute dalla tempesta.

Rimane dunque, non più la chiesuola prima e propria di San Giulio, nunc in turrim et carcerem, come dice il nostro storiografo, anzi in pulverem, come noi soggiungiamo, conversa: sibbene una basilica, satis ampla ecclesia pro situ, principiata da un vescovo Vittore, sulle rovine, dicono, di un tempio pagano, e compiuta, tanto da saldare a Domeneddio il proprio debito, da quel vescovo Onorato medesimo, che abbiamo detto distruttor della chiesa e costruttor del castello. Ma in che bizzarro stato non ci rimane essa mai, la vetusta basilica! Il visitatore randagio, che un bel dì d’autunno vi capita, se per poco pizzica di pittore, ha di che rallegrarsi, squadernando l’albo, del mescuglio singolarissimo che affastellarono laddentro tutte le epoche in tutti gli stili; e, nel buttarne in carta quattro goccie di acquerello, non può tenersi dall’acclamare a quel pittoresco tafferuglio; ma l’architetto e l’archeologo! Vi so dir io che ce n’hanno, secondo i temperamenti, da immalinconire o da salire in bizza!

Tanto è lo scempio consumatovi da più e più generazioni l’una a ridosso dell’altra, che, la notte d’una visita d’architetto o d’archeologo a San Giulio, per poco che l’uomo sia tenero del suo mestiere, e’ risica di non rivedere già in sogno il pacifico Santo, ma un quissimile del conte Ugolino, il quale ferocemente si roda l’arcivescovo Ruggieri, forbendo la bocca a’ capelli

 

Del capo ch’egli avea di retro guasto.

 

Ha guasto pur troppo il capo, anzi ha guasto il corpo tutto quanto, la povera basilica: nondimeno, si può colla fantasia ingegnarsi di ricostituirla.

L’orientazione e la pianta sono quali di tutte in genere le basiliche latine: una nave maggiore e due minori, che metton capo a tre absidi, ed una nave trasversa, a principiar con la quale il piano si eleva di tre gradini, lasciando intravedere la cripta; se non che dell’antica transenna fa le veci una balaustrata moderna. A’ tempi di onorato, certo doveva la basilica avere travate di legno: ma si sa che sostenne din dal VIII secolo un primo rifacimento, poi un altro nel XI; e nuovi restauri subì nel Quattrocento, nel Seicento e nel Settecento. Relativamente antiche sono forse le volte a botte dei bracci della croce, e le volte a crociera delle navi minori, che reggono i matronei, là dove non sopravvenne a distruggerli l’immane organo incastonatovi dentro; posteriore sembra la volta della nave mediana.

Sui grandi pilastri centrali s’imposta a’ peducci un tamburo prismatico, che rende imagine della primitiva tribuna ottagona; di lì si lancia la vòlta a spicchi, deformata dall’apertura di una lanterna. Della cripta basti dire che fu ricostrutta sullo scorcio del Seicento. Quali stucchi poi e quali ornamenti di legno indorato e di ferro, a ghirigori, a buccia di limone, ad arsella, a timpani spezzati, curvilinei e contorti, si sovrappongano e s’attortiglino ad ogni risalto con l’invadente fecondità di parassite su una vecchia quercia, è più facile imaginare che dire.

La porta maggiore dà su un sagrato che, mutato in terrazzo, non ha più accesso dal lago: s’entra per due porte da’ fianchi. Né la fronte, volta verso il sagrato, andò illesa. Bene s’indovina, sotto il fastigio coronato d’archetti, la rosa, che una tozza finestra mistilinea ha surrogata; s’indovina l’antico portale, in luogo del quale entrò un avancorpo senza carattere. Le due massiccie torri, che si mettono la facciata in mezzo, coronate d’archetti ancor esse, e sorate di finestrelle abbinate, sono col campanile postico il meglio che rimanga al di fuori, chi tolleri lo sciagurato scempio che s’è fatto delle colonnine, e la sopraggiunta al campanile sopraddetto di un pessimo coronamento.

All’interno un cimelio per fortuna restò illeso, ed è mirabile cosa: l’ambone, o pulpito, ch’or voglia dirsi, è tagliato di tre soli pezzi in quel serpentino d’Orta, che si cava su una sponda del lago medesimo, e che, alquanto molle sin ch’è fresco, indura all’aria, e acquista colla levigatura e col tempo l’aspetto e il tono del basalto. Posa su quattro colonne dell’istesso marmo (rinvenutasi la quarta, un poco mozza, in questi ultimi anni): due dal fusto liscio e dal capitello a fogliame d’acanto, l’altre dal fusto lavorato, quale a un curioso intreccio di maniglie con capitello dorico, quale a intreccio di funicoli con capitello stagliato di teste bestiali. Le basi hanno le solite fogliette medioevali agli angoli del plinto.

È la forma dell’ambiente quadra, intersecata da segmenti di circolo; gira tutta intorno a reggerlo una gola benissimo intagliata d’un fogliame corinzio a sapore e accento di romanità ancor poderosa; laddove sulle faccie del parapetto i simboli degli Evangelisti sono motivo a figurazioni impresse di quella semibarbara e spettrale efficacia dell’arte lombarda, che sembra scavalcare i secoli per ridestare dall’ultimo Oriente la mostruosa e transumana terribilità degli scalpelli niniviti. Non si falla, io credo, stimando coeva l’opera a quegl’intagli del Sant’Ambrogio di Milano e del San Michele di Pavia, dove le cuncta animantia et omnes bestiae della Scrittura palpitano di sì fantastica vita; e bisogna saper grado al buon canonico Prevosti e prima di lui a un Serbelloni e ad uno Speciano vescovo di Novara, che in pieno Seicento abbian salvato questa preziosità dallo stupido martello degli inetti, o, come troppo bonariamente il canonico dice, 8 a minus prudentibus et intelligentibus.

Non si può concedere davvero l’istessa lode a’ contemporanei nostri, che, secondo ci vien detto, strapparono nel Quaranta un musaico del VIII secolo dal pavimento della Confessione. Buon per noi che anche costì più umani dei Barberini furono i Barbari. A’ familiari di quel Mimulfo, di punto laudabile memoria, che c’è accaduto di nominare, andiamo in effetto debitori d’un bel marmo romano leggiadramente scolpito, del tempo, secondo pare, degli Antonini, che que’ Longobardi trasmisero insino a noi. Ma il come è più curioso.

Non occorreva al loro Duca, mozzo del capo, un sarcofago di misura ordinaria: quel marmo bastava: innamorati, si capisce, de’ fregi che li decoravano, ebbero la pazienza di cavarlo a lama di scalpello; e il piedistallo di non so che pagano Iddio si tramutò così, steso per lo lungo, in sepolcro di un duca fellone. Né qui si fermò la metamorfosi. Nel 1697 quel pseudo-sarcofago, dove un frammento di leggenda diceva MEINVL... fu sconficcato e aperto; dell’ossa non so bene che cosa si facesse; ma, congegnato al marmo un coperchio di legno con le sue brave serrature, e cavate le toppe dentro a fregi e cornici, dove capitava, la tomba di Mimulfo poggiata contro un pilastro diventò la cassetta delle limosine, dove ho fatto anch’io cadere il mio obolo per la chiesa di San Giulio, come dice la cartelletta barocca che vi sta sopra. Il qual San Giulio lì a due passi si vede ancor lui, in un bassorilievo del Quattrocento, veleggiare verso l’isola senz’altro naviglio che la sua cappa. Or ditemi se maggiore potrebbe essere quel tafferuglio, ch’io m’ho pigliato il gusto di denunziarvi.

Lo stesso valga per le pitture. A quel modo che in una piccola sfera armillare si può leggere compendiato l’immenso sistema planetario, voi potete, dando attorno un’occhiata nella chiesuola di San Giulio, percorrere mentalmente il ciclo intero dell’arte pittorica; a principiar con un Dio Padre, che regge alla bizantina il Figliuolo crocifisso, giù sino alle farraginose macchine del Settecento, che popolano le volte di nubi cumuliformi, di svolazzi multicolori, e di ciccie esuberanti come la praticaccia dell’artista.

In questo portentoso viaggio fra quattro mura, v’imbattete in affreschi che balbettano ancora i graziosi solecismi dell’infanzia, poscia in altri che già spirano la soavità religiosa e la equanime compostezza del Quattrocento sul suo primo mattino. È di questo numero un Sant’Antonio, un bel vecchio,

 

Bianca bianca la barba fluente,

 

come nella ballata del Grossi, e che porta in capo, graffiata da un indiscreto, la sua preziosa data, 1421. Dell'istesso tempo fors'anco è un San Donnino, che altri suppone del Canti, è però alcun poco anteriore; il qual Santo a ogni modo, per essere un buon innanzi per chi voglia metter giù uno schizzo della chiesa, dimanda un pochetto d'illustrazione.

Dei Santi Donnini  ce n'ha naturalmente parecchi; uno soltanto però, il cui nome si trovi scritto alternativamente Domninus oppure, come sul nostro dipinto, Donninus; e questi è colui da cui si intitolò la omonima e vetusta borgata: Sancti Donnini civitas inter Parmam Placentiamque via Aemilia sita; una miniera anch'essa, per dirlo passando, dove lo studioso dell'arte avrebbe molto e molto a scovare. Ma poi chi questo Donnino si fosse, all'infuori dalla fede e dal martirio, subito, pare, sotto Massimiano, i Bollandisti non dicono; e però emigmatico rimane l'abbigliamento di bel paggio e mazziere che il pittore gli dette; a meno che, sapendo ch'ei morì di spada, gladio transverberatus, ² non pago di porgli fra mano il grandissimo spadone a cui s'appoggia colla sinistra, il nostro frescante stimasse bene di dargli assisa tanto quanto guerriera. Certo non è facile trovare volto più quietamente giocondo, e meglio piantato garzone.

Ma questo Santo insieme col suo pittore m'ha troppo scostato dagli altri pittori e Santi. Ancor meno posso tacere di una Madonna e del suo celeste corteggio, che i terrazzani attribuiscono a Gaudenzio. Se è sua, dev'essere degli anni primissimi di gioventù; bella di certo è, quand'anche un poco adusta, come una bionda montanina dai capelli d'oro su un viso lievemente abbronzato dal sole. Non meno vi raccomando un San Giorgio e una Santa Apollonia del Lanini; un pittore il quale, se anche di minor fama, tuttavia in alcune opere, non che emulare Gaudenzio, arieggia una grazia di movenze e una intensità d'espressione quasi leonardesche.

Nato nel 1510 in Vercelli, il Lanini fu discepolo di Gaudenzio appunto, e tenne un poco della maniera sua; non così però da confondersi affatto con lui. Gaudenzio istesso, prima del viaggio a Roma, s'era tanto innamorato del Vinci da accoppiarne il nome al suo proprio, segnando il bel quadro d'altare che lasciò in Arona: Gaudenzio Vinci. Allo stesso modo mi pare che il Lanini passando, per dir così, sovra al capo del maestro, si specchiasse più volentieri in Leonardo. Non v'è nel Lanini quel non so che di greve e di violento, quel resto, direi quasi, d'alpigno, che al valduggiese non riesce sempre di velare sotto le leggiadrìe imparate da Raffaello. Egli, il Lanini, è forse un poco più negletto nel piegare; ma quanta dolcezza, quanta poesia nelle teste delle sue vergini e de' suoi angioli! Quanta purezza di contorni e fusione e armonia di toni nelle sue pitture murali!

Già il Lomazzo e due secoli più tardi il Lanzi hanno celebrato queste sue doti; però le opere di lui più citate son quelle della chiesa di San Cristoforo in Vercelli, ove collaborò con Gaudenzio, e quell'altre dell'Oratorio di San Nazzaro in Milano. Queste qua della Chiesa di San Giulio danno certamente della sua dolce maniera un bastevole sentore: ma chi voglia assaporarla per bene, deve visitare la Chiesa di San Magno in Legnano. Ivi sono certi affreschi suoi, non altrimenti editi, ch'io mi sappia, se non in certe fotografie fattene da me cavare anni addietro, per decorarne la mia cantafavola sulla celebre battaglia, che piglia nome da quella industre borgata. Per essere collocati in paese più corso assai da uomini d'affari che non da artisti, quei dipinti sono sicuramente assai meno conosciuti che non meriterebbero; e tuttavia mi sembrano, la Natività massime e l'Adorazione de' Magi, addirittura giojelli. Chi a' dì nostri rifiuta ai soggetti leggendarii significazione ed efficacia, dovrebbe affisarsi in qualcuno di cotesti esempii; e poi chiedere alla propria coscienza se la maternità ingentilita dal mito non abbia virtù da d'infondere anche nell'arte l'anelito più puro, e più veramente immortale.

Se non che il buon Lanini a volta sua m'ha  fatto digredire, e ve ne chieggo scusa, dal nostro San Giulio. Costì, non vi potendo snocciolar  dei quadri la corona intiera, vi consegno alla Sagrestia. Attraverso il Sassoferrato, il Morazzone, il Dolci, e se più ce n'ha, scenderete la china fino al non trascurabile Zanatta, e vi troverete apparecchiati  alla troppa roba di quel discepolo suo, il Bonola da Corconio, che fece nel braccio destro della croce la grandissima macchina pittorica del San Giulio, in atto di aggiogare per la fabbrica della chiesa un lupo, meno pio di quello di Gubbio.

Lupi anche più rapaci però di cotesto,  Orta e la placida sua riviera e fin la solitaria isoletta ne conobber pur troppi; i muri della chiesuola, nonostante che siano quasi tutti dipinti, somigliano un libro di cronaca aperto, tanto sono le scritte che vi narrano, a punta di spillo nella calcina, sulle vesti e sulle gambe dei Santi, istorie per lo più dolorose.

C'è, in data del 1655, un totus terrarum orbis bellis vexatur, che può valere per tutte. Ma d'una non so farvi grazia affinché sappiate l'origine di quell'organo mastodontico, che s'è cacciato, con tutta la sua lignea famiglia di filarmonici putti, nel posto de' matronei. Del 1530 le bande di Sua Maestà Cattolica Carlo V, Imperatore del Sacro Romano Impero e Re di tutte le Spagne, misero le sacrileghe mani sugli argenti del feretro di San Giulio; e li stavano fondendo non lunge di là, a Gallarate, quando un capitan Branova, bresciano, menò indignato di spada fra'suoi propri soldati, e mandò a restituire le lastre che restavano. Se non che i sagaci operaj della Chiesa, presaghi d'altri possibili malanni, non le rimisero a posto; e fattone danaro, il convertirono in quell'organo, che è troppo più difficile di portar via.

Ringraziate or con me il Rusconi, il Fara, il Cotta e gli altri studiosi del Cusio e della sua storia, che m'ajutarono a sciorinar dell'erudizione a buon mercato. Ma più vi tenti la spedizioncella a San Giulio; e se colà recate albo e matita, vivete certi che il Santo ve ne farà per una quindicina le spese assai bene.

Sfruttata poi che abbiate la chiesa tutta quanta e la isoletta sua, avete Orta che vi ammicca dalla spiaggia, e di bozzetti vi tesoreggia tutta una provvista. Più su v'invita il Santuario del buon poverello d'Assisi, colla sua corona di Cappellette, seminate in un folto de' più begli e annosi alberi che un amico della natura solitaria possa desiderare; e popolate, esse, d'un popolo di statue policrome, le più di terra cotta, qualcuna di legno, che non tutte sono fatture senza pregio. Non mancano anzi quasi mai di quella efficacia scenica, la quale, toccò un tempo l'apice col Weit Stoss nella scuola di Norimberga e meglio col Berruguete, col Montañez e con Juan de Juni in quelle di Vallaloid e di Siviglia, non rimase al tutto senza allori, grazie al Bussola, al Prestinari, ai Righi e a tutti gli altri, pur nelle nostre prealpi.

Certo, più che soddisfatta, ammirata ne va la turba dei pellegrini, i quali in settembre ascendono queste pendici; e chi s'avvenga a que' dì in certi capannelli che soglion fare merendando per via le donne del contado e della montagna, scalze per divozione quasi tutte, ma cariche di bei monili e bei pendenti d'oro, vestite de' loro panni più fini e più pittoreschi, acconcie il capo delle più vistose pezzuole, e floride, che più vale, di una gagliarda salute le più, si rappacifica di leggieri, se è artista, anche con qualche loro innocua superstizioncella. Non ultima una certa istoria di morti, che mi capitò di sentire da due belle labbra di montanina. Questa è, dopo tutto, uno sfogo di oppressi contro oppressori, che mette di mezzo il soprannaturale, non potendo altro, a pigliar le parti dell'innocenza. Per finir dunque come ho principiato, con dei versi, se anche di troppo  men buoni, eccovi qua, in quella forma villereccia che l'ho udita o giù di lì:

 

La leggenda della matrigna

 

- Di', se andar non ne vuoi con l'ossa rotte, / Chi t'ha sì ben, monella, pettinato?

- Fu la mamma mia cara che stanotte / Pian piano se n'è venuta dal sagrato.

- Baje, fole, impostura di tre cotte! / Ben io ti darò il resto del ducato.

- Matrigna, o non vi par ch'io dica il vero? / Andate se vi piace al Cimitero, / Vedrete un fiorellino di gaggìa, / Che per segno mi diè la mamma mia.

- Al Cimitero, Gianna, ci son stata / In terra la tua croce l'ho buttata; / Il tuo fiore l'ho sparso ai quattro venti; / Ch'io non vo' piangoleggi di pezzenti; / E quando venga domani il tuo Piero / S'avrà il commiato, ch'io non porto il cero. / Animo, Gianna, la tua gerla a spalla, / E torna al tuo mestiero di cavalla. / O che vuol dir che ancora non rispondi? / Vuoi che li pettin'io que' ricci biondi?

Ma risponder Giannina non potea / Che morta sul lettuccio si giacea; / E il fior l'avea tutto di raggi in fronte, / Più che sol di meriggio al Sacro Monte; / Non disse, no, la matrigna: Son fole! / Ch'orba degli occhi, più non vide il sole.

 

Tullo Massarani

da Diporti e veglie, 1898



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